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mercoledì 16 dicembre 2009

DOSSIER SIFAR


Colpo di Stato: le strade sono pattugliate dall'esercito, il sinistro sferragliare dei mezzi blindati rompe il silenzio teso della capitale. Gli oppositori sono già stati arrestati e trasferiti in località segrete. Le libertà civili sono sospese; ogni mezzora la televisione di Stato trasmette un messaggio del generale…X…, che spiega che le Forze Armate hanno assunto il potere per sventare gravi minacce eversive. Parlamento e governo sono esautorati, una giunta militare avoca a sé tutti i poteri. Coprifuoco e divieto di assembramenti. Sospesa la pubblicazione di qualsiasi giornale non espressamente autorizzato dalla giunta golpista. "Sono misure dure e severe, ma inevitabili per stroncare alla radice i piani sovversivi di…"
La gente è chiusa in casa. Nelle strade c'è quiete, ma nell'aria si respira una forte tensione…
Quando accadde tutto ciò in Italia? Mai. Però, forse, qualcuno voleva che accadesse .O forse voleva solo che si temesse… Era il luglio del 1964 e il Paese affrontava una crisi di Governo che non era come le altre; venivano al pettine i primi nodi della nuova formula

politica, il centro - sinistra. La paura dominava una destra, che temeva involuzioni di tipo collettivistico, la paura dominava una sinistra, che temeva involuzioni di tipo autoritario. Probabilmente la paura dirigeva anche le azioni dell'Autorità che avrebbe dovuto mantenere, dall'alto della sua carica, i nervi a posto: il Presidente della Repubblica. Chi di sicuro non aveva paura, bensì sicurezza e decisione (forse anche un po' in misura eccessiva… ) era uno dei più stimati ufficiali dell'esercito, il generale Giovanni De Lorenzo. Col senno di poi, alcuni lo definirono aspirante golpista; altri, astuto carrierista, avventuriero maneggione.
Le vicende di cui ci occupiamo accaddero nel luglio 1964 e passarono alla storia col nome di "Scandalo SIFAR". Se e quanto in quella ormai lontana estate furono realmente minacciate democrazia e libertà, ognuno lo valuterà da sé, avendo la pazienza di leggere con noi la ricostruzione di quei giorni. Ma per comprendere meglio il clima in cui si generarono alcuni eventi, è necessario rifarci ad alcuni anni prima e vedere insieme la situazione politica che si era creata nel nostro Paese agli inizi degli anni sessanta.




Col quarto governo presieduto da Alcide De Gasperi (in carica dal 31 maggio 1947) era cessata la collaborazione tra democristiani, comunisti e socialisti che aveva caratterizzato i governi del dopoguerra, basandosi ancora sulle alleanze stabilite, in comune chiave antifascista, in seno al CLN (Comitato di Liberazione Nazionale). Iniziava nel Paese, non solo in Parlamento ma anche sulle piazze, una contrapposizione frontale tra Partito Comunista e Democrazia Cristiana, che avrebbe conosciuto molti momenti di tensione, favoriti anche dal corrispondente clima internazionale, che vedeva l'URSS chiudersi nella "Cortina di Ferro" coi suoi Paesi satelliti, uniti pure da un'alleanza militare (il Patto di Varsavia), mentre i Paesi occidentali a loro volta si riunivano, Stati Uniti in testa, in una corrispondente e contrapposta alleanza, la NATO.
L'avvento delle cosiddette "democrazie popolari" a guida comunista nei Paesi dell'Est e il blocco di Berlino e la successiva, definitiva, divisione della Germania, non fecero che aumentare in Europa la paura per il possibile dilagare del comunismo. Questa paura era tanto più forte in Italia, perché nel nostro Paese esisteva il più forte partito comunista occidentale. A favorire poi le tensioni sociali e politiche contribuivano senza dubbio gli atteggiamenti miopi e gretti di una certa destra liberale e democristiana, incapace di rendersi conto che le grandi migrazioni interne verso il triangolo


industriale del Nord, che avrebbero contribuito al miracolo economico e all'industrializzazione del Paese, andavano compensate da reali miglioramenti di vita per la classe operaia. Se quest'ultima ebbe per diversi anni il PCI e il suo omologo nel sindacato, la CGIL, come guide, ciò fu dovuto anche alla scarsa capacità dei partiti di maggioranza di avviare una seria politica di riforme sociali.
D'altra parte in diversi settori della Democrazia Cristiana iniziava a farsi strada l'idea di coinvolgere nella responsabilità di governo il Partito Socialista, anche per favorire il lento sganciamento che questo partito stava già effettuando dal PCI; un socialismo non di stampo marxista, e che non facesse quindi paura a quell'elettorato moderato che

rappresentava il maggior serbatoio di voti della DC, poteva essere la chiave di volta per gestire un paese che intanto cresceva in modo tumultuoso. Ai nostri giorni il quadro politico è completamente cambiato e forse queste considerazioni possono sembrare astruse; ma si consideri che per oltre quarant'anni il dilemma "o coi comunisti o con la democrazia cristiana" fu il nodo centrale della politica italiana.
A livello internazionale erano gli anni della guerra fredda, che conobbe peraltro anche veri e propri eventi bellici che tennero il mondo col fiato in sospeso, come la guerra di Corea. Ad accrescere timori e confusione contribuivano poi, internamente, le correnti di sinistra del PSI, masochisticamente legate al PCI e le incertezze di Pietro Nenni, per anni leader del PSI; infine, le perplessità del governo americano (la cui influenza era innegabile anche sulle decisioni di politica interna italiana) circa un ingresso dei socialisti al governo pesavano sulle reali possibilità di manovra dei vertici della DC.
Agli inizi degli anni Sessanta il clima politico del Paese si poteva insomma così riassumere: timide aperture a sinistra da parte della DC verso il PSI, osteggiate da una parte da liberali e destra democristiana, e dall'altra parte dai comunisti, che non gradivano certo uno sganciamento socialista dall'opposizione.
Questo iniziale dialogo sembrò crollare nel 1960, quando dopo l'ennesima crisi di governo (il secondo governo presieduto da Antonio Segni cadde dopo che il PLI ritirò il suo appoggio, accusando la DC di "guardare troppo a sinistra"), il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, affidò l'incarico di formare il nuovo governo al democristiano Fernando Tambroni. Questi, con un governo monocolore democristiano, ottenne alla Camera la fiducia solo grazie ai voti determinanti del Movimento Sociale Italiano (MSI), partito con chiara impronta neofascista, formato perlopiù da nostalgici.
La DC invitò immediatamente il Governo a dimettersi, ma il presidente Gronchi, dopo un inutile mandato esplorativo a Fanfani, respinse le dimissioni di Tambroni, rinviandolo al Senato per completare la procedura della fiducia. Il clima nel Paese si fece bollente e il culmine delle tensioni si ebbe dopo le manifestazioni di piazza di Roma, Reggio Emilia (dove cinque manifestanti furono uccisi dalla polizia) e Genova, indette per protestare contro il congresso del MSI che doveva convocarsi in questa città per il 2 luglio.
Il 27 luglio 1960 entrava in carica il governo presieduto da Amintore Fanfani; monocolore anch'esso, ma sostenuto da socialdemocratici e liberali, con l'astensione del PSI e dei monarchici. Era il primo passo concreto per l'ingresso del PSI nella stanza dei bottoni, anche se i socialisti si limitavano a non opporsi.
La politica di astensione dei socialisti sarebbe durata fino al primo governo presieduto da Aldo


Moro (grande sostenitore del centro sinistra), che entrò in carica il 5 dicembre 1963, con Pietro Nenni vicepresidente; il PSI diventava ufficialmente partito di governo, ottenendo anche i ministeri della Sanità (affidato a Giacomo Mancini), i Lavori Pubblici (Giovanni Pieraccini) e il Bilancio (Antonio Giolitti). In quegli anni avevano contribuito a rasserenare il clima politico internazionale anche i mutati atteggiamenti sia del governo americano, con l'elezione di Kennedy alla Presidenza USA, sia della Chiesa, che aveva avuto in Giovanni XXIII un Pontefice non solo popolarissimo, ma anche acuto osservatore politico dell'evoluzione della società.
I lettori ci scuseranno questa digressione, non brevissima, ma necessaria, per inquadrare gli avvenimenti che ci apprestiamo a rileggere insieme. Il primo governo Moro non ebbe vita facile: il boom economico dei primi anni sessanta iniziava già a sgonfiarsi e gli italiani dovevano fare i conti con una nuova e sgradevole realtà, l'inflazione, che falcidiava soprattutto i redditi delle classi più deboli, quegli operai e quella piccola borghesia che avevano iniziato da pochi anni a godere un poco di benessere. Lo scontento popolare trovava eco nel governo: i socialisti accusavano Moro di non aver tenuto fede al programma progressista e temevano un'ulteriore indebolimento del loro Partito, già abbandonato da 26 deputati e 11 senatori, che per protestare contro l'appoggio socialista al governo avevano fondato il PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), che si era posto all'opposizione, in sintonia con PCI. Per motivi opposti, accusando il partito repubblicano di eccessivo sinistrismo, Randolfo Pacciardi se ne era staccato, fondando l'Unione Democratica per la Nuova Repubblica, partito dalla vita peraltro effimera, al quale aveva aderito una strana congerie di personaggi, da ex missini, a ex socialdemocratici, a monarchici.
Insomma, come dicevamo all'inizio, venivano al pettine i nodi di un'alleanza politica che era ancora tutt'altro che stabile, in una società dove erano ancora molto forti,

soprattutto in campo industriale, le componenti francamente reazionarie, alle quali si opponevano peraltro spesso velleitarismi barricadieri del PCI e della CGIL, col solo risultato di allarmare la parte cosiddetta moderata dell'elettorato.
La crisi latente esplose il 25 giugno 1964, quando il governo Moro fu messo in minoranza alla Camera su un capitolo del bilancio dello Stato che prevedeva il finanziamento alle scuole private, osteggiato da socialisti e repubblicani. Aldo Moro presentò le dimissioni e a questo punto, come vuole la Costituzione, spettava al Presidente della Repubblica la soluzione della crisi.
Antonio Segni era al Quirinale dal 6 giugno 1962, eletto con 443 voti al nono scrutinio, grazie all'appoggio determinante dei suffragi missini e monarchici. Segni, contrario all'ingresso dei socialisti nel governo, era stato fortemente sostenuto nella sua elezione alla massima carica dello Stato proprio da Aldo Moro, dominus della DC e principale sostenitore del centro sinistra, che voleva così dare un messaggio rassicurante alla destra democristiana, per averne in cambio la via libera al proprio progetto politico. Segni non godeva di buona salute e veniva descritto come uomo di carattere estremamente ansioso. Di certo si trovò al centro di una crisi politica tutt'altro che facile, con i partiti della liquefatta maggioranza che si scaricavano a vicenda la responsabilità per la crisi di governo e che non riuscivano a trovare un accordo su un programma comune per ridare una guida al Paese.
Se temeva la formazione di un governo troppo spostato a sinistra (tra l'altro, uno dei punti in discussione era l'istituzione delle Regioni, vista ancora da gran parte della DC come la creazione di pericolose roccaforti comuniste, specie in Toscana, Liguria ed Emilia Romagna), Segni era preoccupato anche dal progetto della destra democristiana, di comporre un governo monocolore di tecnici, con chiara impronta reazionaria: il ricordo dei tumulti contro il governo Tambroni era ancora troppo vivo. Infine l'eventuale scioglimento delle Camere e il ricorso a nuove elezioni rischiava di tradursi in una grave sconfitta per la DC. In questo preoccupante clima, pare che il Presidente della Repubblica avesse trovato conforto in un uomo che sprizzava invece energia e sicurezza: il generale Giovanni De Lorenzo.
Giovanni De Lorenzo si poteva definire un militare dalla carriera brillante: in prima linea nella lotta partigiana, dal 1955 al 1962 aveva diretto il SIFAR (Servizio Informazioni Forze Armate Riunite), ossia il servizio di spionaggio e controspionaggio militare. Dopo questo incarico, ne aveva ricevuto un altro, non meno prestigioso, quello di comandante generale dell'Arma dei Carabinieri (la Benemerita ai tempi faceva parte dell'esercito e il suo comandante generale era sempre un ufficiale provenienti dai ruoli di altre armi). Di quelli che furono i metodi di gestione del generale De Lorenzo sia come capo del SIFAR, sia come comandante generale dell'Arma, si sarebbe iniziato a parlare, come vedremo, tre anni dopo. Nei giorni di quella difficile crisi di Governo ci fu solo, il 13 luglio 1964, uno stringato comunicato del Quirinale che annunciava che il Presidente della Repubblica aveva ricevuto al Quirinale il generale Giovanni De Lorenzo.
Di lì a pochi giorni la crisi si concluse: il 17 luglio Aldo Moro, riconfermato alla Presidenza del consiglio dei Ministri, comunicò a Segni la lista dei Ministri e il nuovo Governo (al quale non partecipava il socialista Giolitti, sostituito al Bilancio dal collega di partito Pieraccini) ebbe la fiducia delle Camere il 22. Il programma, per ammissione degli stessi socialisti, risultava annacquato, in particolare per l'accettazione, obtorto collo, della politica deflazionistica e per l'esclusione di nuove nazionalizzazioni, nonché per il rimando a tempi migliori di ogni discussione sulla formazione delle Regioni. Sul quotidiano socialista Avanti! comparve, il 26 luglio 1964, un editoriale firmato da Pietro Nenni, col quale il leader socialista, quasi preoccupato di giustificarsi, spiegava che il PSI aveva preferito continuare la collaborazione al governo con la DC, perché l'alternativa sarebbe stata solo quella di un Governo di destra, "… nei cui confronti il ricordo del luglio 1960 (cioè il governo Tambroni, N.d.R.) sarebbe impallidito".
Qui conviene fare un attimo di sosta per chiarire alcuni punti che possono apparire formali, ma che in verità hanno un'importante sostanza. Il Presidente della Repubblica nel nostro ordinamento è "irresponsabile", né esercita funzioni di governo. Ciò vuol dire, agli effetti pratici, che ogni atto del Presidente della Repubblica deve essere controfirmato dal ministro competente per materia (che se ne assume la responsabilità) e che i contatti con i dirigenti dello Stato competono ai singoli Ministri; il Presidente della Repubblica può incontrare i dirigenti dello Stato alla presenza del Ministro competente, e di certo non può impartire direttive di alcun tipo.
Lo stesso titolo di comandante supremo delle Forze Armate non ha contenuto operativo, tant'è che per le questioni militari il Presidente della Repubblica è affiancato da un consigliere

militare. Queste precisazioni sono importanti per comprendere che appariva strano che il Presidente della Repubblica ricevesse al Quirinale il comandante generale dei Carabinieri senza la presenza del Ministro della Difesa e senza che il comunicato del Quirinale chiarisse motivi e contenuti dell'incontro. Ad alimentare le prime voci contribuì anche una frase di Pietro Nenni (che spesso amava esprimersi in modo sibillino), secondo il quale uno dei motivi risolutori della crisi di governo sarebbe stato il "rumore di sciabole". Chiacchiere su De Lorenzo ne correvano, ma perlopiù erano relative al suo periodo presso il SIFAR, sussurrandosi da parte di molti che il servizio di spionaggio e controspionaggio non si occupasse solo di sicurezza dello Stato, ma anche di fare il ficcanaso nella vita privata degli uomini politici più in vista dell'opposizione. Comunque il governo di centro sinistra annacquato entrò in carica ed ebbe vita lunga rispetto alla media: un anno e mezzo, fino al 21 gennaio 1966.
La bomba scoppiò l'11 maggio 1967; dopo una serie di articoli apparsi sulla rivista L'Europeo, e passati abbastanza sotto silenzio, nei quali si insinuavano gravi responsabilità da parte del Presidente della Repubblica nella gestione della crisi di governo di tre anni prima, quel giorno il settimanale L'Espresso uscì nelle edicole con un clamoroso titolo di copertina: "Finalmente la verità sul SIFAR: 14 luglio 1964, complotto al Quirinale. Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di Stato".
L'articolo, firmato da Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, chiamava in causa sia Antonio Segni (che il 7 agosto 1964 era stato colpito da trombosi cerebrale e il 6 dicembre dello stesso anno aveva rassegnato le dimissioni per ragioni di salute), sia il generale De Lorenzo, accusando quest'ultimo di aver predisposto un piano segreto che prevedeva, con la sola partecipazione dell'Arma dei Carabinieri (e perciò denominato "piano Solo") l'arresto e la deportazione in Sardegna di numerose persone considerate "pericolose per l'ordine pubblico", l'occupazione della RAI e di altri importanti edifici pubblici della capitale, nonché dello stesso Quirinale, in funzione "difensiva" da eventuali atti sovversivi. Parimenti dovevano essere prese sotto controllo dei carabinieri le centrali telefoniche e telegrafiche. Le liste di persone da arrestare e deportare erano fornite dal SIFAR, sul quale De Lorenzo continuava ad esercitare un forte potere, seppur non ufficiale, tramite uomini a lui fedelissimi, piazzati negli uffici più importanti ai tempi della sua direzione del servizio militare di spionaggio.


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L'articolo, che forniva date e riferimenti precisi, scatenò una violenta bagarre in Parlamento e lo stesso 11 maggio 1967 il ministro della Difesa, il socialdemocratico Tremelloni, nominava una commissione di inchiesta, presieduta dal generale Aldo Beolchini e composta dal gen. Umberto Turrini e dal consigliere di Stato Andrea Lugo, incaricata di verificare quanto affermato dall'Espresso. A questa indagine ne seguirono altre: quella interna ai carabinieri, affidata al vicecomandante dell'Arma, il gen. Giorgio Manes; un'altra inchiesta del ministero della Difesa (commissione Lombardi, 1968) e un'inchiesta parlamentare (1969), che si concluderà con una relazione di maggioranza e diverse relazioni di minoranza.
25 marzo 1964. Al comando generale dell'Arma dei carabinieri si tiene un'importante riunione. Si tratta di un rapporto che viene tenuto dal comandante generale, De Lorenzo, presenti i comandanti delle tre divisioni carabinieri (generale Markert, generale Cento e generale Celi), il comandante la brigata meccanizzata, generale Loretelli, il comandante la XI brigata, generale Simonetti e i generali Fiore e Javarone. In tale riunione viene data disposizione ai tre comandanti divisionali di predisporre un piano che consenta, alla sola Arma dei Carabinieri di far fronte, con i soli suoi mezzi e uomini, ad eventuali situazioni di emergenza. Le bozze della prima stesura del "Piano Solo" vengono redatte velocemente e consegnate al capo del 2° reparto del comando generale, colonnello Tuccari; questi il 16 aprile convoca telefonicamente a Roma i tre capi di stato maggiore divisionali per fornire loro le direttive necessarie per armonizzare le tre bozze.
Al piano principale se ne affianca un altro, denominato "Piano SIGMA", che prevede il richiamo, l'impiego e l'accasermamento di alcune migliaia di carabinieri in congedo, necessari per far fronte alle situazioni di emergenza, senza dover ricorrere alle altre forze armate

o di polizia preposte alla tutela dell'ordine pubblico. Col 10 maggio 1964 il "Piano Solo" può dirsi completato in ogni particolare. Nel mese di giugno vengono consegnati ai generali comandanti le divisioni carabinieri gli elenchi di persone da arrestare (viene usato il curioso termine di "enucleare"), forniti dal SIFAR. Queste liste contengono i nominativi non solo di persone già note per la loro pericolosità oggettiva (terroristi, pregiudicati per reati di tipo politico ecc.) , ma anche di persone ritenute potenzialmente pericolose per la loro appartenenza a partiti di sinistra, sindacati, associazioni, nonché anche di personalità politiche della maggioranza, ritenute però non affidabili.
Il 27 giugno 1964 si svolge un'ultima riunione, presenti i comandantidelle legioni carabinieri, per mettere a punto i dettagli operativi. Con questa riunione il "Piano Solo" è definitivamente pronto e può scattare in ogni momento, ma solo per ordine proveniente dal comandante generale.
La redazione di piani di emergenza è prassi normale per le Forze Armate; ma nel caso specifico del "Piano Solo" le anomalie erano molte e gravi: -
il piano prevedeva non solo l'esclusiva partecipazione dell'Arma, ma anche la totale segretezza nei confronti delle altre forze preposte alla tutela dell'ordine pubblico; -
del piano non era al corrente neppure il Ministero dell'Interno, al quale esclusivamente compete la tutela dell'ordine pubblico, da esercitare tramite la Direzione Generale di Pubblica sicurezza, diretta dal Capo della Polizia. Il Ministero dell'Interno compila e aggiorna periodicamente piani di ordine pubblico, che prevedono l'impiego, oltre che della Polizia, anche dei Carabinieri, della Guardia di Finanza ed eccezionalmente di reparti delle Forze Armate (esercito, marina e aviazione); -
i piani di emergenza prevedono sempre attività repressive e / o preventive da esercitarsi nell'ambito delle leggi che regolano la materia, né possono mai consentire atti arbitrari, quali la cattura e la deportazione di persone "presunte pericolose" per le loro idee politiche; -
in ogni caso i piani di emergenza vengono redatti ed aggiornati su ordine dell'autorità politica (Ministro dell'Interno), mentre il "Piano Solo" era un'iniziativa autonoma del comandante generale dell'Arma dei carabinieri.

Ma a tutte queste anomalie nel comportamento del comando generale dell'Arma si affiancavano quelle che venivano alla luce nell'attività del SIFAR. Questo organismo, come risultò dalle diverse inchieste, aveva iniziato dal 1959 una sistematica schedatura di migliaia di persone, non giustificata da esigenze di sicurezza. I responsabili provinciali degli uffici del SIFAR avevano ricevuto l'ordine di iniziare a schedare e fascicolare ogni informazione concernente le persone che a qualsiasi titolo si occupavano di attività politica o sindacale, alla maggioranza o all'opposizione, presenti sulle loro zone di competenza. Le informazioni archiviate non riguardavano solo le opinioni espresse o le attività strettamente politiche effettuate, ma comprendevano fatti della vita privata, elencazioni delle proprietà, comportamento dei familiari, abitudini intime, eventuali rapporti extra coniugali.
Al 1962, si accertò, i fascicoli conservati presso il SIFAR avevano raggiunto l'assurda cifra di 157.000. Di questi solo poche migliaia potevano avere una ragion d'essere in base ai compiti d'istituto dello spionaggio militare. Non solo, scoperchiata la pentola dei servizi segreti, vennero fuori altre cose interessanti, prima fra tutte il fatto che da anni il SIFAR si era occupato di un'infinità di cose, molto difficilmente ricollegabili alla sicurezza interna o allo spionaggio e controspionaggio. Enrico Mattei, il centrifugo capo dell'ENI, che non aveva mai nascosto la propria avversione al Patto Atlantico, era stato oggetto delle attenzioni dei nostri 007, che tennero anche per anni uno stretto rapporto con la Confindustria, alla quale era prassi normale fornire le informazioni da quest'ultima richieste in materia di personale da assumere o circa i comportamenti di diversi esponenti del mondo sindacale. Vennero alla luce anche finanziamenti a giornali e giornalisti e ad associazioni dalla vita effimera, nonché una intensa attività informativa sui politici della stessa maggioranza, a seconda della loro propensione o meno alla svolta politica rappresentata dall'ingresso dei socialisti al Governo.
Insomma, il SIFAR si occupava di un po' di tutto, spiava tutto e tutti e fascicolava, rinnovando in questo modo di agire i non onorevoli fasti di Mussolini, che d'abitudine raccoglieva fascicoli su amici e avversari, ben sapendo che prima o poi potevano venire utili.
Da quello che risultò dalle diverse inchieste, questa frenetica attività informativa sarebbe iniziata sotto la Presidenza del predecessore di Antonio Segni al Quirinale. Giovanni Gronchi

aveva l'abitudine di tempestare il generale De Lorenzo (che, come vedevamo, diresse il SIFAR dal 1955 al 1962) di richieste di informazioni di ogni tipo e il generale, spregiudicato quanto il Presidente, divenne ben presto l'uomo più informato d'Italia, a beneficio non solo del Presidente, ma anche suo proprio.
La brillante carriera di De Lorenzo (che lasciata l'Arma dei carabinieri avrebbe ottenuto un'ulteriore promozione, divenendo Capo di Stato Maggiore dell'esercito), fu infatti facilitata anche da questa sua posizione, che lo rendeva a un tempo utilissimo e temutissimo, nonché capace di ricattare o quantomeno mettere in imbarazzo molte personalità, politiche e militari. Ma le posizioni di potere generano anche le invidie e ben presto nel SIFAR si formò un "sotto - SIFAR"; uomini a loro volta tutt'altro che limpidi, come il generale Aloja o il colonnello Rocca (morto suicida, con un suicidio molto poco chiaro) agirono, più che nella preoccupazione della legittimità, solo in funzione anti - De-Lorenzo. Del resto, il fatto stesso che le informazioni circa i piani militari del 1964 e le attività del SIFAR pervenissero alla stampa prima che alla magistratura, la dice lunga sul modus agendi che ormai si era instaurato nei servizi segreti militari.
Era prassi normale tenere i segreti nel cassetto, in attesa di utilizzarli a proprio beneficio o a beneficio di chi li avrebbe ben compensati. De Lorenzo comunque perse il posto di capo di stato maggiore dell'esercito in seguito al doppio scandalo "Piano Solo - SIFAR", ma si consolò dandosi alla politica e venne eletto deputato, il 19 maggio 1968, nelle file monarchiche, dalle quali passò poi agilmente al MSI, dimostrando, se ancora ve ne era bisogno, che il massimo interesse che lo spingeva in ogni scelta era il tornaconto personale: il PDIUM, retto da Covelli, uomo fuori dal tempo, ma grande galantuomo, era un partito destinato ad estinguersi, mentre il MSI, guidato da Almirante, era un partito tenuto nel ghetto dalle altre formazioni politiche, ma che dava molte più garanzie di mantenere la presenza in Parlamento.
La degenerazione del SIFAR spinse il Parlamento a porre mano alla riforma dei servizi di informazione militare, costituendo il nuovo SID (Servizio Informazioni Difesa), con compiti e dipendenze gerarchiche inequivoche; il ministro della Difesa Tremelloni assicurò che si era dato corso alla distruzione dei fascicoli illegalmente compilati, ma nessuno fu mai in grado di poter verificare con mano come e quanto avvenne questa distruzione (né si sapeva se esistessero copie, e in che numero…). Resta lecita a questo punto una domanda fondamentale: in quel luglio 1964 si progettò davvero un Colpo di Stato?
Se al generale De Lorenzo di possono imputare molte colpe, di certo l'uomo non era uno stupido e appare poco credibile che un militare della sua esperienza credesse davvero di poter controllare un Paese vasto come l'Italia con la sola Arma dei carabinieri (per quanto rinforzata da qualche migliaio di richiamati), senza poter tra l'altro sapere le eventuali reazioni degli altri organi dello Stato preposti alla tutela dell'ordine pubblico. La preparazione del "Piano Solo" appare molto di più come un'ostentazione di forza e di organizzazione, e anche una intimidazione: a beneficio di chi? Antonio Segni, gravemente minato nel fisico, non fu mai più in grado di chiarire la sua reale posizione nella vicenda, ma si possono fare delle supposizioni legittime sulla base dei fatti.
Il "Piano Solo" consentiva a De Lorenzo di presentarsi come l'uomo in grado di difendere il Paese dall'emergenza sovversiva, trovando nel Presidente Segni l'uomo che non desiderava altro che sentirsi rassicurato, probabilmente essendo in quelle condizioni psicologiche che spingono a non riflettere più, ma ad aggrapparsi alla mano che viene tesa, senza troppo chiedersi se quella mano non nasconda anche un anello avvelenato. Parimenti le "voci" su un rischio di colpo di Stato potevano comunque servire a tenere a bada una sinistra, che a sua volta non dimostrò in tutta la vicenda né determinazione né idee chiare. Si pensi che Nenni (lo stesso che aveva parlato di "rumore di sciabole" nella soluzione della crisi di governo), ammonito dal segretario del PSI, De Martino, sulla inaffidabilità di De Lorenzo, ne approvò in Consiglio dei ministri la nomina a capo di stato maggiore dell'esercito, accontentandosi di "assicurazioni sulla lealtà" del chiacchierato generale, espresse da Taviani (Ministro dell'Interno) e Andreotti (Ministro della Difesa). Chi ne uscì vincitore su tutti fu il generale, promosso a un incarico superiore e di fatto dominatore delle ansietà di una classe politica che si mostrò fondamentalmente pavida.


De Lorenzo alla guida di un Colpo di Stato? E perché mai? Quali vantaggi ne avrebbe mai tratto? Di sicuro ne trasse molti dicendo e non dicendo, progettando ed ostentando sicurezza. Segni invece sarebbe stato realmente disponibile? Nessuno lo può dire, ma giova comunque ricordare che l'ordine operativo per il "Piano Solo" poteva essere dato da una sola persona, il comandante generale dell'Arma, insomma, ancora lui, il generale Giovanni De Lorenzo.
Piano Solo - SIFAR: una vicenda da basso impero, uno scandalo squallido da cui tutti uscirono inzaccherati, politici e militari. E in fondo gli unici ad uscire a testa alta dalla vicenda furono i giornalisti, Scalfari e Jannuzzi, che esercitarono il diritto-dovere di informazione e, se anche calcarono la mano su presunti pericoli corsi dalle libere istituzioni, fecero sapere un po' meglio agli Italiani come funzionava l'Italia.(
storiain.net)

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