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lunedì 28 dicembre 2009

Tre i luoghi sacri che accoglieranno le orchestre dirette dalla Grassi: il 28 dicembre e il 4 gennaio a Vico Equense, il 5 a Cesinali.

Tre concenti per il direttore d’orchestra Gina Grassi tra Napoli ed Avellino.

Gli eventi sono promossi dall’agenzia artistica Casertana “Euroartists Management” .


L’agenzia artistica casertana “Euroartists Management” dopo il successo riscosso lo scorso 18 dicembre con la Kiev String's Orchestra e il saxofonista Gaetano di Bacco presso il teatro Don Bosco di Ragusa vede, nel proprio cartellone vari appuntamenti concertistici. Nello specifico, tre di questi, calamiteranno l’attenzione in Campania. In occasione del primo, dei tre concerti, che si terrà il 28 dicembre in provincia di Napoli, l’agenzia Euroartists Management proporrà una propria produzione. Il 28 dicembre, infatti, si terrà a Vico Equense , alle ore 19,30, presso la Chiesa SS Annunziata (ex-cattedrale) a cura della Città di Vico Equense, assessorato Turismo e spettacolo, il concerto per pianoforte ed orchestra con Bruno Canino e l’Orchestra Sinfonica di Dnepropetrov’k diretto da Gina Grassi. L’evento, oltre ad esser caratterizzato dalla presentazione ed interpretazione di una delle molteplici produzioni dell’agenzia artistica, vede impegnata nella direzione d’orchestra, il maestro Gina Grassi. Gina Grassi è nata a Solofra (AV), in una famiglia di famosi pittori. Da giovanissima inizia gli studi musicali conseguendo il diploma di Pianoforte presso il Conservatorio Statale “D. Cimarosa” di Avellino, sotto la guida del M° Anna Maria Lauro. In seguito intraprende gli studi di composizione e direzione di coro con i Maestri Carlo Mormile e Ciro Visco di Napoli, ed Ottavio De Lillo di Bari.
Si diploma in Musica Corale e Direzione di Coro presso il Conservatorio Statale “N. Piccinni” di Bari e, dopo aver studiato con il Maestro Marco Angius di Roma, si diploma in Direzione d’Orchestra presso il Conservatorio Statale “U. Giordano” di Foggia. Segue corsi di Alto perfezionamento in Direzione d’Orchestra presso l’Accademia “J.Napoli” a Cava de’ Tirreni (SA), presso l’Accademia Musicale Pescarese sotto la guida del M° Donato Renzetti e presso la Fondazione “Ars Accademy” di Roma sotto la guida del M° Bruno Aprea, diplomandosi con il massimo dei voti. La Grassi, inoltre, è titolare di cattedra presso il Conservatorio Statale “D.Cimarosa” di Avellino. È da ricordare che la stessa Grassi sarà impegnata nel dirigere, il 4 gennaio, sempre a Vico Equense, alle ore 19,30, presso la Chiesa SS. Ciro e Giovanni, il concerto per violino ed orchestra con Francesco Manara , primo violino del Teatro alla Scala di Milano, accompagnato dalla Kiev Chamber Orchestra .Tale evento è curato della Città di Vico Equense, assessorato Turismo e spettacolo. Il 5 gennaio invece, alle ore 19.30, si terrà il Concerto per coro ed orchestra con Polifonica Collegiata Solofra e la Kiev Chamber Orchestra, sempre diretta da Gina Grassi, questa volta a Cesinali, provincia di Avellino. Detto concerto, curato della Pro-loco di Cesinali, si terrà presso la Chiesa San Rocco .
Lucia Vagliviello

venerdì 18 dicembre 2009

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mercoledì 16 dicembre 2009

DOSSIER SIFAR


Colpo di Stato: le strade sono pattugliate dall'esercito, il sinistro sferragliare dei mezzi blindati rompe il silenzio teso della capitale. Gli oppositori sono già stati arrestati e trasferiti in località segrete. Le libertà civili sono sospese; ogni mezzora la televisione di Stato trasmette un messaggio del generale…X…, che spiega che le Forze Armate hanno assunto il potere per sventare gravi minacce eversive. Parlamento e governo sono esautorati, una giunta militare avoca a sé tutti i poteri. Coprifuoco e divieto di assembramenti. Sospesa la pubblicazione di qualsiasi giornale non espressamente autorizzato dalla giunta golpista. "Sono misure dure e severe, ma inevitabili per stroncare alla radice i piani sovversivi di…"
La gente è chiusa in casa. Nelle strade c'è quiete, ma nell'aria si respira una forte tensione…
Quando accadde tutto ciò in Italia? Mai. Però, forse, qualcuno voleva che accadesse .O forse voleva solo che si temesse… Era il luglio del 1964 e il Paese affrontava una crisi di Governo che non era come le altre; venivano al pettine i primi nodi della nuova formula

politica, il centro - sinistra. La paura dominava una destra, che temeva involuzioni di tipo collettivistico, la paura dominava una sinistra, che temeva involuzioni di tipo autoritario. Probabilmente la paura dirigeva anche le azioni dell'Autorità che avrebbe dovuto mantenere, dall'alto della sua carica, i nervi a posto: il Presidente della Repubblica. Chi di sicuro non aveva paura, bensì sicurezza e decisione (forse anche un po' in misura eccessiva… ) era uno dei più stimati ufficiali dell'esercito, il generale Giovanni De Lorenzo. Col senno di poi, alcuni lo definirono aspirante golpista; altri, astuto carrierista, avventuriero maneggione.
Le vicende di cui ci occupiamo accaddero nel luglio 1964 e passarono alla storia col nome di "Scandalo SIFAR". Se e quanto in quella ormai lontana estate furono realmente minacciate democrazia e libertà, ognuno lo valuterà da sé, avendo la pazienza di leggere con noi la ricostruzione di quei giorni. Ma per comprendere meglio il clima in cui si generarono alcuni eventi, è necessario rifarci ad alcuni anni prima e vedere insieme la situazione politica che si era creata nel nostro Paese agli inizi degli anni sessanta.




Col quarto governo presieduto da Alcide De Gasperi (in carica dal 31 maggio 1947) era cessata la collaborazione tra democristiani, comunisti e socialisti che aveva caratterizzato i governi del dopoguerra, basandosi ancora sulle alleanze stabilite, in comune chiave antifascista, in seno al CLN (Comitato di Liberazione Nazionale). Iniziava nel Paese, non solo in Parlamento ma anche sulle piazze, una contrapposizione frontale tra Partito Comunista e Democrazia Cristiana, che avrebbe conosciuto molti momenti di tensione, favoriti anche dal corrispondente clima internazionale, che vedeva l'URSS chiudersi nella "Cortina di Ferro" coi suoi Paesi satelliti, uniti pure da un'alleanza militare (il Patto di Varsavia), mentre i Paesi occidentali a loro volta si riunivano, Stati Uniti in testa, in una corrispondente e contrapposta alleanza, la NATO.
L'avvento delle cosiddette "democrazie popolari" a guida comunista nei Paesi dell'Est e il blocco di Berlino e la successiva, definitiva, divisione della Germania, non fecero che aumentare in Europa la paura per il possibile dilagare del comunismo. Questa paura era tanto più forte in Italia, perché nel nostro Paese esisteva il più forte partito comunista occidentale. A favorire poi le tensioni sociali e politiche contribuivano senza dubbio gli atteggiamenti miopi e gretti di una certa destra liberale e democristiana, incapace di rendersi conto che le grandi migrazioni interne verso il triangolo


industriale del Nord, che avrebbero contribuito al miracolo economico e all'industrializzazione del Paese, andavano compensate da reali miglioramenti di vita per la classe operaia. Se quest'ultima ebbe per diversi anni il PCI e il suo omologo nel sindacato, la CGIL, come guide, ciò fu dovuto anche alla scarsa capacità dei partiti di maggioranza di avviare una seria politica di riforme sociali.
D'altra parte in diversi settori della Democrazia Cristiana iniziava a farsi strada l'idea di coinvolgere nella responsabilità di governo il Partito Socialista, anche per favorire il lento sganciamento che questo partito stava già effettuando dal PCI; un socialismo non di stampo marxista, e che non facesse quindi paura a quell'elettorato moderato che

rappresentava il maggior serbatoio di voti della DC, poteva essere la chiave di volta per gestire un paese che intanto cresceva in modo tumultuoso. Ai nostri giorni il quadro politico è completamente cambiato e forse queste considerazioni possono sembrare astruse; ma si consideri che per oltre quarant'anni il dilemma "o coi comunisti o con la democrazia cristiana" fu il nodo centrale della politica italiana.
A livello internazionale erano gli anni della guerra fredda, che conobbe peraltro anche veri e propri eventi bellici che tennero il mondo col fiato in sospeso, come la guerra di Corea. Ad accrescere timori e confusione contribuivano poi, internamente, le correnti di sinistra del PSI, masochisticamente legate al PCI e le incertezze di Pietro Nenni, per anni leader del PSI; infine, le perplessità del governo americano (la cui influenza era innegabile anche sulle decisioni di politica interna italiana) circa un ingresso dei socialisti al governo pesavano sulle reali possibilità di manovra dei vertici della DC.
Agli inizi degli anni Sessanta il clima politico del Paese si poteva insomma così riassumere: timide aperture a sinistra da parte della DC verso il PSI, osteggiate da una parte da liberali e destra democristiana, e dall'altra parte dai comunisti, che non gradivano certo uno sganciamento socialista dall'opposizione.
Questo iniziale dialogo sembrò crollare nel 1960, quando dopo l'ennesima crisi di governo (il secondo governo presieduto da Antonio Segni cadde dopo che il PLI ritirò il suo appoggio, accusando la DC di "guardare troppo a sinistra"), il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, affidò l'incarico di formare il nuovo governo al democristiano Fernando Tambroni. Questi, con un governo monocolore democristiano, ottenne alla Camera la fiducia solo grazie ai voti determinanti del Movimento Sociale Italiano (MSI), partito con chiara impronta neofascista, formato perlopiù da nostalgici.
La DC invitò immediatamente il Governo a dimettersi, ma il presidente Gronchi, dopo un inutile mandato esplorativo a Fanfani, respinse le dimissioni di Tambroni, rinviandolo al Senato per completare la procedura della fiducia. Il clima nel Paese si fece bollente e il culmine delle tensioni si ebbe dopo le manifestazioni di piazza di Roma, Reggio Emilia (dove cinque manifestanti furono uccisi dalla polizia) e Genova, indette per protestare contro il congresso del MSI che doveva convocarsi in questa città per il 2 luglio.
Il 27 luglio 1960 entrava in carica il governo presieduto da Amintore Fanfani; monocolore anch'esso, ma sostenuto da socialdemocratici e liberali, con l'astensione del PSI e dei monarchici. Era il primo passo concreto per l'ingresso del PSI nella stanza dei bottoni, anche se i socialisti si limitavano a non opporsi.
La politica di astensione dei socialisti sarebbe durata fino al primo governo presieduto da Aldo


Moro (grande sostenitore del centro sinistra), che entrò in carica il 5 dicembre 1963, con Pietro Nenni vicepresidente; il PSI diventava ufficialmente partito di governo, ottenendo anche i ministeri della Sanità (affidato a Giacomo Mancini), i Lavori Pubblici (Giovanni Pieraccini) e il Bilancio (Antonio Giolitti). In quegli anni avevano contribuito a rasserenare il clima politico internazionale anche i mutati atteggiamenti sia del governo americano, con l'elezione di Kennedy alla Presidenza USA, sia della Chiesa, che aveva avuto in Giovanni XXIII un Pontefice non solo popolarissimo, ma anche acuto osservatore politico dell'evoluzione della società.
I lettori ci scuseranno questa digressione, non brevissima, ma necessaria, per inquadrare gli avvenimenti che ci apprestiamo a rileggere insieme. Il primo governo Moro non ebbe vita facile: il boom economico dei primi anni sessanta iniziava già a sgonfiarsi e gli italiani dovevano fare i conti con una nuova e sgradevole realtà, l'inflazione, che falcidiava soprattutto i redditi delle classi più deboli, quegli operai e quella piccola borghesia che avevano iniziato da pochi anni a godere un poco di benessere. Lo scontento popolare trovava eco nel governo: i socialisti accusavano Moro di non aver tenuto fede al programma progressista e temevano un'ulteriore indebolimento del loro Partito, già abbandonato da 26 deputati e 11 senatori, che per protestare contro l'appoggio socialista al governo avevano fondato il PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), che si era posto all'opposizione, in sintonia con PCI. Per motivi opposti, accusando il partito repubblicano di eccessivo sinistrismo, Randolfo Pacciardi se ne era staccato, fondando l'Unione Democratica per la Nuova Repubblica, partito dalla vita peraltro effimera, al quale aveva aderito una strana congerie di personaggi, da ex missini, a ex socialdemocratici, a monarchici.
Insomma, come dicevamo all'inizio, venivano al pettine i nodi di un'alleanza politica che era ancora tutt'altro che stabile, in una società dove erano ancora molto forti,

soprattutto in campo industriale, le componenti francamente reazionarie, alle quali si opponevano peraltro spesso velleitarismi barricadieri del PCI e della CGIL, col solo risultato di allarmare la parte cosiddetta moderata dell'elettorato.
La crisi latente esplose il 25 giugno 1964, quando il governo Moro fu messo in minoranza alla Camera su un capitolo del bilancio dello Stato che prevedeva il finanziamento alle scuole private, osteggiato da socialisti e repubblicani. Aldo Moro presentò le dimissioni e a questo punto, come vuole la Costituzione, spettava al Presidente della Repubblica la soluzione della crisi.
Antonio Segni era al Quirinale dal 6 giugno 1962, eletto con 443 voti al nono scrutinio, grazie all'appoggio determinante dei suffragi missini e monarchici. Segni, contrario all'ingresso dei socialisti nel governo, era stato fortemente sostenuto nella sua elezione alla massima carica dello Stato proprio da Aldo Moro, dominus della DC e principale sostenitore del centro sinistra, che voleva così dare un messaggio rassicurante alla destra democristiana, per averne in cambio la via libera al proprio progetto politico. Segni non godeva di buona salute e veniva descritto come uomo di carattere estremamente ansioso. Di certo si trovò al centro di una crisi politica tutt'altro che facile, con i partiti della liquefatta maggioranza che si scaricavano a vicenda la responsabilità per la crisi di governo e che non riuscivano a trovare un accordo su un programma comune per ridare una guida al Paese.
Se temeva la formazione di un governo troppo spostato a sinistra (tra l'altro, uno dei punti in discussione era l'istituzione delle Regioni, vista ancora da gran parte della DC come la creazione di pericolose roccaforti comuniste, specie in Toscana, Liguria ed Emilia Romagna), Segni era preoccupato anche dal progetto della destra democristiana, di comporre un governo monocolore di tecnici, con chiara impronta reazionaria: il ricordo dei tumulti contro il governo Tambroni era ancora troppo vivo. Infine l'eventuale scioglimento delle Camere e il ricorso a nuove elezioni rischiava di tradursi in una grave sconfitta per la DC. In questo preoccupante clima, pare che il Presidente della Repubblica avesse trovato conforto in un uomo che sprizzava invece energia e sicurezza: il generale Giovanni De Lorenzo.
Giovanni De Lorenzo si poteva definire un militare dalla carriera brillante: in prima linea nella lotta partigiana, dal 1955 al 1962 aveva diretto il SIFAR (Servizio Informazioni Forze Armate Riunite), ossia il servizio di spionaggio e controspionaggio militare. Dopo questo incarico, ne aveva ricevuto un altro, non meno prestigioso, quello di comandante generale dell'Arma dei Carabinieri (la Benemerita ai tempi faceva parte dell'esercito e il suo comandante generale era sempre un ufficiale provenienti dai ruoli di altre armi). Di quelli che furono i metodi di gestione del generale De Lorenzo sia come capo del SIFAR, sia come comandante generale dell'Arma, si sarebbe iniziato a parlare, come vedremo, tre anni dopo. Nei giorni di quella difficile crisi di Governo ci fu solo, il 13 luglio 1964, uno stringato comunicato del Quirinale che annunciava che il Presidente della Repubblica aveva ricevuto al Quirinale il generale Giovanni De Lorenzo.
Di lì a pochi giorni la crisi si concluse: il 17 luglio Aldo Moro, riconfermato alla Presidenza del consiglio dei Ministri, comunicò a Segni la lista dei Ministri e il nuovo Governo (al quale non partecipava il socialista Giolitti, sostituito al Bilancio dal collega di partito Pieraccini) ebbe la fiducia delle Camere il 22. Il programma, per ammissione degli stessi socialisti, risultava annacquato, in particolare per l'accettazione, obtorto collo, della politica deflazionistica e per l'esclusione di nuove nazionalizzazioni, nonché per il rimando a tempi migliori di ogni discussione sulla formazione delle Regioni. Sul quotidiano socialista Avanti! comparve, il 26 luglio 1964, un editoriale firmato da Pietro Nenni, col quale il leader socialista, quasi preoccupato di giustificarsi, spiegava che il PSI aveva preferito continuare la collaborazione al governo con la DC, perché l'alternativa sarebbe stata solo quella di un Governo di destra, "… nei cui confronti il ricordo del luglio 1960 (cioè il governo Tambroni, N.d.R.) sarebbe impallidito".
Qui conviene fare un attimo di sosta per chiarire alcuni punti che possono apparire formali, ma che in verità hanno un'importante sostanza. Il Presidente della Repubblica nel nostro ordinamento è "irresponsabile", né esercita funzioni di governo. Ciò vuol dire, agli effetti pratici, che ogni atto del Presidente della Repubblica deve essere controfirmato dal ministro competente per materia (che se ne assume la responsabilità) e che i contatti con i dirigenti dello Stato competono ai singoli Ministri; il Presidente della Repubblica può incontrare i dirigenti dello Stato alla presenza del Ministro competente, e di certo non può impartire direttive di alcun tipo.
Lo stesso titolo di comandante supremo delle Forze Armate non ha contenuto operativo, tant'è che per le questioni militari il Presidente della Repubblica è affiancato da un consigliere

militare. Queste precisazioni sono importanti per comprendere che appariva strano che il Presidente della Repubblica ricevesse al Quirinale il comandante generale dei Carabinieri senza la presenza del Ministro della Difesa e senza che il comunicato del Quirinale chiarisse motivi e contenuti dell'incontro. Ad alimentare le prime voci contribuì anche una frase di Pietro Nenni (che spesso amava esprimersi in modo sibillino), secondo il quale uno dei motivi risolutori della crisi di governo sarebbe stato il "rumore di sciabole". Chiacchiere su De Lorenzo ne correvano, ma perlopiù erano relative al suo periodo presso il SIFAR, sussurrandosi da parte di molti che il servizio di spionaggio e controspionaggio non si occupasse solo di sicurezza dello Stato, ma anche di fare il ficcanaso nella vita privata degli uomini politici più in vista dell'opposizione. Comunque il governo di centro sinistra annacquato entrò in carica ed ebbe vita lunga rispetto alla media: un anno e mezzo, fino al 21 gennaio 1966.
La bomba scoppiò l'11 maggio 1967; dopo una serie di articoli apparsi sulla rivista L'Europeo, e passati abbastanza sotto silenzio, nei quali si insinuavano gravi responsabilità da parte del Presidente della Repubblica nella gestione della crisi di governo di tre anni prima, quel giorno il settimanale L'Espresso uscì nelle edicole con un clamoroso titolo di copertina: "Finalmente la verità sul SIFAR: 14 luglio 1964, complotto al Quirinale. Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di Stato".
L'articolo, firmato da Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, chiamava in causa sia Antonio Segni (che il 7 agosto 1964 era stato colpito da trombosi cerebrale e il 6 dicembre dello stesso anno aveva rassegnato le dimissioni per ragioni di salute), sia il generale De Lorenzo, accusando quest'ultimo di aver predisposto un piano segreto che prevedeva, con la sola partecipazione dell'Arma dei Carabinieri (e perciò denominato "piano Solo") l'arresto e la deportazione in Sardegna di numerose persone considerate "pericolose per l'ordine pubblico", l'occupazione della RAI e di altri importanti edifici pubblici della capitale, nonché dello stesso Quirinale, in funzione "difensiva" da eventuali atti sovversivi. Parimenti dovevano essere prese sotto controllo dei carabinieri le centrali telefoniche e telegrafiche. Le liste di persone da arrestare e deportare erano fornite dal SIFAR, sul quale De Lorenzo continuava ad esercitare un forte potere, seppur non ufficiale, tramite uomini a lui fedelissimi, piazzati negli uffici più importanti ai tempi della sua direzione del servizio militare di spionaggio.


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L'articolo, che forniva date e riferimenti precisi, scatenò una violenta bagarre in Parlamento e lo stesso 11 maggio 1967 il ministro della Difesa, il socialdemocratico Tremelloni, nominava una commissione di inchiesta, presieduta dal generale Aldo Beolchini e composta dal gen. Umberto Turrini e dal consigliere di Stato Andrea Lugo, incaricata di verificare quanto affermato dall'Espresso. A questa indagine ne seguirono altre: quella interna ai carabinieri, affidata al vicecomandante dell'Arma, il gen. Giorgio Manes; un'altra inchiesta del ministero della Difesa (commissione Lombardi, 1968) e un'inchiesta parlamentare (1969), che si concluderà con una relazione di maggioranza e diverse relazioni di minoranza.
25 marzo 1964. Al comando generale dell'Arma dei carabinieri si tiene un'importante riunione. Si tratta di un rapporto che viene tenuto dal comandante generale, De Lorenzo, presenti i comandanti delle tre divisioni carabinieri (generale Markert, generale Cento e generale Celi), il comandante la brigata meccanizzata, generale Loretelli, il comandante la XI brigata, generale Simonetti e i generali Fiore e Javarone. In tale riunione viene data disposizione ai tre comandanti divisionali di predisporre un piano che consenta, alla sola Arma dei Carabinieri di far fronte, con i soli suoi mezzi e uomini, ad eventuali situazioni di emergenza. Le bozze della prima stesura del "Piano Solo" vengono redatte velocemente e consegnate al capo del 2° reparto del comando generale, colonnello Tuccari; questi il 16 aprile convoca telefonicamente a Roma i tre capi di stato maggiore divisionali per fornire loro le direttive necessarie per armonizzare le tre bozze.
Al piano principale se ne affianca un altro, denominato "Piano SIGMA", che prevede il richiamo, l'impiego e l'accasermamento di alcune migliaia di carabinieri in congedo, necessari per far fronte alle situazioni di emergenza, senza dover ricorrere alle altre forze armate

o di polizia preposte alla tutela dell'ordine pubblico. Col 10 maggio 1964 il "Piano Solo" può dirsi completato in ogni particolare. Nel mese di giugno vengono consegnati ai generali comandanti le divisioni carabinieri gli elenchi di persone da arrestare (viene usato il curioso termine di "enucleare"), forniti dal SIFAR. Queste liste contengono i nominativi non solo di persone già note per la loro pericolosità oggettiva (terroristi, pregiudicati per reati di tipo politico ecc.) , ma anche di persone ritenute potenzialmente pericolose per la loro appartenenza a partiti di sinistra, sindacati, associazioni, nonché anche di personalità politiche della maggioranza, ritenute però non affidabili.
Il 27 giugno 1964 si svolge un'ultima riunione, presenti i comandantidelle legioni carabinieri, per mettere a punto i dettagli operativi. Con questa riunione il "Piano Solo" è definitivamente pronto e può scattare in ogni momento, ma solo per ordine proveniente dal comandante generale.
La redazione di piani di emergenza è prassi normale per le Forze Armate; ma nel caso specifico del "Piano Solo" le anomalie erano molte e gravi: -
il piano prevedeva non solo l'esclusiva partecipazione dell'Arma, ma anche la totale segretezza nei confronti delle altre forze preposte alla tutela dell'ordine pubblico; -
del piano non era al corrente neppure il Ministero dell'Interno, al quale esclusivamente compete la tutela dell'ordine pubblico, da esercitare tramite la Direzione Generale di Pubblica sicurezza, diretta dal Capo della Polizia. Il Ministero dell'Interno compila e aggiorna periodicamente piani di ordine pubblico, che prevedono l'impiego, oltre che della Polizia, anche dei Carabinieri, della Guardia di Finanza ed eccezionalmente di reparti delle Forze Armate (esercito, marina e aviazione); -
i piani di emergenza prevedono sempre attività repressive e / o preventive da esercitarsi nell'ambito delle leggi che regolano la materia, né possono mai consentire atti arbitrari, quali la cattura e la deportazione di persone "presunte pericolose" per le loro idee politiche; -
in ogni caso i piani di emergenza vengono redatti ed aggiornati su ordine dell'autorità politica (Ministro dell'Interno), mentre il "Piano Solo" era un'iniziativa autonoma del comandante generale dell'Arma dei carabinieri.

Ma a tutte queste anomalie nel comportamento del comando generale dell'Arma si affiancavano quelle che venivano alla luce nell'attività del SIFAR. Questo organismo, come risultò dalle diverse inchieste, aveva iniziato dal 1959 una sistematica schedatura di migliaia di persone, non giustificata da esigenze di sicurezza. I responsabili provinciali degli uffici del SIFAR avevano ricevuto l'ordine di iniziare a schedare e fascicolare ogni informazione concernente le persone che a qualsiasi titolo si occupavano di attività politica o sindacale, alla maggioranza o all'opposizione, presenti sulle loro zone di competenza. Le informazioni archiviate non riguardavano solo le opinioni espresse o le attività strettamente politiche effettuate, ma comprendevano fatti della vita privata, elencazioni delle proprietà, comportamento dei familiari, abitudini intime, eventuali rapporti extra coniugali.
Al 1962, si accertò, i fascicoli conservati presso il SIFAR avevano raggiunto l'assurda cifra di 157.000. Di questi solo poche migliaia potevano avere una ragion d'essere in base ai compiti d'istituto dello spionaggio militare. Non solo, scoperchiata la pentola dei servizi segreti, vennero fuori altre cose interessanti, prima fra tutte il fatto che da anni il SIFAR si era occupato di un'infinità di cose, molto difficilmente ricollegabili alla sicurezza interna o allo spionaggio e controspionaggio. Enrico Mattei, il centrifugo capo dell'ENI, che non aveva mai nascosto la propria avversione al Patto Atlantico, era stato oggetto delle attenzioni dei nostri 007, che tennero anche per anni uno stretto rapporto con la Confindustria, alla quale era prassi normale fornire le informazioni da quest'ultima richieste in materia di personale da assumere o circa i comportamenti di diversi esponenti del mondo sindacale. Vennero alla luce anche finanziamenti a giornali e giornalisti e ad associazioni dalla vita effimera, nonché una intensa attività informativa sui politici della stessa maggioranza, a seconda della loro propensione o meno alla svolta politica rappresentata dall'ingresso dei socialisti al Governo.
Insomma, il SIFAR si occupava di un po' di tutto, spiava tutto e tutti e fascicolava, rinnovando in questo modo di agire i non onorevoli fasti di Mussolini, che d'abitudine raccoglieva fascicoli su amici e avversari, ben sapendo che prima o poi potevano venire utili.
Da quello che risultò dalle diverse inchieste, questa frenetica attività informativa sarebbe iniziata sotto la Presidenza del predecessore di Antonio Segni al Quirinale. Giovanni Gronchi

aveva l'abitudine di tempestare il generale De Lorenzo (che, come vedevamo, diresse il SIFAR dal 1955 al 1962) di richieste di informazioni di ogni tipo e il generale, spregiudicato quanto il Presidente, divenne ben presto l'uomo più informato d'Italia, a beneficio non solo del Presidente, ma anche suo proprio.
La brillante carriera di De Lorenzo (che lasciata l'Arma dei carabinieri avrebbe ottenuto un'ulteriore promozione, divenendo Capo di Stato Maggiore dell'esercito), fu infatti facilitata anche da questa sua posizione, che lo rendeva a un tempo utilissimo e temutissimo, nonché capace di ricattare o quantomeno mettere in imbarazzo molte personalità, politiche e militari. Ma le posizioni di potere generano anche le invidie e ben presto nel SIFAR si formò un "sotto - SIFAR"; uomini a loro volta tutt'altro che limpidi, come il generale Aloja o il colonnello Rocca (morto suicida, con un suicidio molto poco chiaro) agirono, più che nella preoccupazione della legittimità, solo in funzione anti - De-Lorenzo. Del resto, il fatto stesso che le informazioni circa i piani militari del 1964 e le attività del SIFAR pervenissero alla stampa prima che alla magistratura, la dice lunga sul modus agendi che ormai si era instaurato nei servizi segreti militari.
Era prassi normale tenere i segreti nel cassetto, in attesa di utilizzarli a proprio beneficio o a beneficio di chi li avrebbe ben compensati. De Lorenzo comunque perse il posto di capo di stato maggiore dell'esercito in seguito al doppio scandalo "Piano Solo - SIFAR", ma si consolò dandosi alla politica e venne eletto deputato, il 19 maggio 1968, nelle file monarchiche, dalle quali passò poi agilmente al MSI, dimostrando, se ancora ve ne era bisogno, che il massimo interesse che lo spingeva in ogni scelta era il tornaconto personale: il PDIUM, retto da Covelli, uomo fuori dal tempo, ma grande galantuomo, era un partito destinato ad estinguersi, mentre il MSI, guidato da Almirante, era un partito tenuto nel ghetto dalle altre formazioni politiche, ma che dava molte più garanzie di mantenere la presenza in Parlamento.
La degenerazione del SIFAR spinse il Parlamento a porre mano alla riforma dei servizi di informazione militare, costituendo il nuovo SID (Servizio Informazioni Difesa), con compiti e dipendenze gerarchiche inequivoche; il ministro della Difesa Tremelloni assicurò che si era dato corso alla distruzione dei fascicoli illegalmente compilati, ma nessuno fu mai in grado di poter verificare con mano come e quanto avvenne questa distruzione (né si sapeva se esistessero copie, e in che numero…). Resta lecita a questo punto una domanda fondamentale: in quel luglio 1964 si progettò davvero un Colpo di Stato?
Se al generale De Lorenzo di possono imputare molte colpe, di certo l'uomo non era uno stupido e appare poco credibile che un militare della sua esperienza credesse davvero di poter controllare un Paese vasto come l'Italia con la sola Arma dei carabinieri (per quanto rinforzata da qualche migliaio di richiamati), senza poter tra l'altro sapere le eventuali reazioni degli altri organi dello Stato preposti alla tutela dell'ordine pubblico. La preparazione del "Piano Solo" appare molto di più come un'ostentazione di forza e di organizzazione, e anche una intimidazione: a beneficio di chi? Antonio Segni, gravemente minato nel fisico, non fu mai più in grado di chiarire la sua reale posizione nella vicenda, ma si possono fare delle supposizioni legittime sulla base dei fatti.
Il "Piano Solo" consentiva a De Lorenzo di presentarsi come l'uomo in grado di difendere il Paese dall'emergenza sovversiva, trovando nel Presidente Segni l'uomo che non desiderava altro che sentirsi rassicurato, probabilmente essendo in quelle condizioni psicologiche che spingono a non riflettere più, ma ad aggrapparsi alla mano che viene tesa, senza troppo chiedersi se quella mano non nasconda anche un anello avvelenato. Parimenti le "voci" su un rischio di colpo di Stato potevano comunque servire a tenere a bada una sinistra, che a sua volta non dimostrò in tutta la vicenda né determinazione né idee chiare. Si pensi che Nenni (lo stesso che aveva parlato di "rumore di sciabole" nella soluzione della crisi di governo), ammonito dal segretario del PSI, De Martino, sulla inaffidabilità di De Lorenzo, ne approvò in Consiglio dei ministri la nomina a capo di stato maggiore dell'esercito, accontentandosi di "assicurazioni sulla lealtà" del chiacchierato generale, espresse da Taviani (Ministro dell'Interno) e Andreotti (Ministro della Difesa). Chi ne uscì vincitore su tutti fu il generale, promosso a un incarico superiore e di fatto dominatore delle ansietà di una classe politica che si mostrò fondamentalmente pavida.


De Lorenzo alla guida di un Colpo di Stato? E perché mai? Quali vantaggi ne avrebbe mai tratto? Di sicuro ne trasse molti dicendo e non dicendo, progettando ed ostentando sicurezza. Segni invece sarebbe stato realmente disponibile? Nessuno lo può dire, ma giova comunque ricordare che l'ordine operativo per il "Piano Solo" poteva essere dato da una sola persona, il comandante generale dell'Arma, insomma, ancora lui, il generale Giovanni De Lorenzo.
Piano Solo - SIFAR: una vicenda da basso impero, uno scandalo squallido da cui tutti uscirono inzaccherati, politici e militari. E in fondo gli unici ad uscire a testa alta dalla vicenda furono i giornalisti, Scalfari e Jannuzzi, che esercitarono il diritto-dovere di informazione e, se anche calcarono la mano su presunti pericoli corsi dalle libere istituzioni, fecero sapere un po' meglio agli Italiani come funzionava l'Italia.(
storiain.net)

LE MIE ESTERNAZIONI



lunedì 14 dicembre 2009

ATTENTATO,ATTENTATO ATTENTATO !!!!!!!!!!!!!!!!!!!


Premetto di non essere un Berlusconiano,ma condanno ugualmente l’atto assurdo,ma che Emilio Fede ,mentre recita il “Pater Berluscon” nel tg4,mi parli di atto di terrorismo,perdonatami ma mi viene da ridere !! Ricordate Braida ,comico di Zelig , che recitava “attentato,attentato” ? Ebbene questo poveraccio che sta in cura alla salute mentale da dieci anni,non lo si può certo definire un terrorista !! Io paradossalmente vorrei augurarmi che i veri terroristi adottino questi nuovi metodi,il lancio dei souvenir o delle scarpe,invece di imbottirsi di esplosivo.Non vi nascondo che vedere il volto insanguinato di una “persona”,mi ha fatto tristezza,ma vi garantisco anche che a farmi tristezza è la malattia mentale dell’attentatore,che piu’ di sbatterlo in cella,andrebbe curato e seguito in modo migliore.Poi come se non bastasse la ligua di E.Fede,ci si sono aggiunti anche i titoli di prima pagina,di grandi testate,”Attentato a Berlusconi” vi riporto alcune reazioni politiche,fatte secondo il mio modesto pensiero,senza ne sapere e ne tener conto che il “pericolosissimo attentatore terrorista assassino”in realtà è una persona “MALATA”(Roberto Diiorio)

BOSSI
‘’Quello che hanno fatto a Berlusconi e’ un atto di terrorismo’’: lo ha detto all’ANSA il ministro Umberto Bossi.

CAPEZZONE

“Ho purtroppo assistito allibito, come tanti cittadini, all`indegna aggressione subita dal Presidente Berlusconi”. Lo dichiara in una nota Daniele Capezzone, portavoce del Pdl.

“I seminatori di odio - aggiunge - fanno scuola. Quanti, dai giornali, nella politica e dalle tv, hanno per mesi diffuso livore e negatività contro il premier dovrebbero interrogarsi sulle conseguenze delle loro parole e del loro incitamento a fare di Berlusconi il bersaglio di violenze come quella di stasera. In tanti dovrebbero vergognarsi e scusarsi con Berlusconi e con gli italiani”.

CASINI
"La violenza anche in politica è intollerabile e lo è tanto di più quando sono in corso manifestazioni pacifiche. Berlusconi ha la nostra solidarietà senza se e senza ma". Lo ha detto il leader Udc, Pier Ferdinando Casini.

ENRICO LETTA

"È da stigmatizzare il gesto violento di cui è stato oggetto il presidente del Consiglio e riteniamo assolutamente disdicevole e grave queste forme anche violente di contestazione". Lo dichiara il vice segretario del Pd, Enrico Letta.

DI PIETRO

"Io non voglio che ci si mai violenza, ma Berlusconi con i suoi comportamenti e il suo menefraghismo istiga alla violenza". Antonio Di Pietro commenta così all’ADNKRONOS quanto accaduto a Milano dove il presidente del Consiglio è stato aggredito da un contestatore.

"Io -aggiunge il leader dell’Idv- condivido le rimostranze dei cittadini che ogni giorno vedono un premier che tiene bloccato il Parlamento per fare leggi che servono a lui e soltanto a lui, mentre milioni di cittadini perdono il lavoro e faticano ad arrivare a fine mese".

BERSANI

"Un gesto inqualificabile che va fermamente condannato". Così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ha commentato l’episodio di violenza di cui è stato vittima il presidente del Consiglio a Milano.

I GIOVANI DEL PDL
Dicono tutti di essere scioccati i testimoni dell’aggressione a Silvio Berlusconi oggi in Piazza Duomo, a fianco del palco allestito dietro al Duomo per la manifestazione di tesseramento del Pdl.
Il premier stava, infatti, salutando alcuni dei simpatizzanti dando loro la mano quando lo hanno visto accasciarsi. Con lui si trovava Marco Bessetti, un giovane del Pdl, che ha visto il premier ‘’tirarsi indietro’’. ‘’Sono scioccato, e’ allucinante - ha detto - perche’ non solo ho sentito il ‘toc’ forte ma l’ho visto accasciarsi’’.
Il giovane non ha visto l’aggressore, ma altri che si trovavano al di la’ delle transenne l’hanno visto e descrivono una persona sui 40 anni con un piumino beige e che e’ stato subito fermato.

‘’Tutta colpa di Di Pietro’’, ‘’la galera a Di Pietro’’ sono alcuni dei commenti della gente’’.

NAPOLITANO

"Esprimo la più ferma condanna del grave e inconsulto gesto di aggressione nei confronti del presidente del Consiglio - al quale va la mia personale solidarietà - e il più netto, rinnovato appello perchè ogni contrasto politico e istituzionale sia ricondotto entro limiti di responsabile autocontrollo e di civile confronto, prevenendo e stroncando ogni impulso e spirale di violenza". Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo l’aggressione a Milano del premier, Silvio Berlusconi.

STAMPA ESTERA

Le foto e il video dell’aggressione a Berlusconi a Milano stanno facendo il giro del mondo e alcuni giornali stranieri danno ampio risalto all’episodio.

"Berlusconi ferito a sangue in un attacco", titola la Bbc nell’apertura dell’edizione on line. La notizia è in primo piano anche su "Le Figaro" che però usa toni più pacati e titola "Berlusconi leggermente ferito da un manifestante". Lo spagnolo El Mundo apre il sito web con il video dell’aggressione e titola "Berlusconi colpito dopo un comizio a Milano". La "FoxNews" di Murdoch dedica una breaking news all’episodio: "Berlusconi riceve un colpo...letteralmente" mentre la Abc rileva la "faccia sanguinante" del premier italiano.

LA RUSSA

"Ho corso con gli agenti di polizia per allontanare l’aggressore, che rischiava un possibile linciaggio". Lo ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che intervistato al TG1 ha condannato "il clima di odio" di questi giorni. "Se non ci si ferma con la violenza verbale saranno guai", ha detto La Russa, ricordando che "è già capitato" che poi qualcuno passi all’aggressione fisica.
Berlusconi, ha aggiunto il ministro, "è stato aggredito dopo un discorso nel quale è stato moderato come non mai".


BONDI

"Al TG5, invece di esprimere la sua solidarietà, il signor Di Pietro ha detto delle cose infami degne di lui". Lo afferma il coordinato del PdL e ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi. "Spero - aggiunge - che tutti prendano le distanze da questo losco personaggio che neppure in queste ore sa tenere a freno la sua malvagità".


FASSINO

"Nessuna ragione politica può giustificare un’aggressione personale, che dunque va condannata nel modo più netto". Lo afferma l’ex segrataruo dei Ds Piero Fassino. "Occorre - sottolinea l’esponente del Pd - che la vita politica non sia inquinata dalla violenza, ed è responsabilità sia di chi sta in maggioranza sia di chi sta all opposizione impegnarsi per abbassare la temperatura e per restituire alla politica e alle sue idee civiltà e rispetto".


BINDI

"Al Presidente Berlusconi la mia personale solidarietà e quella del Pd per l’aggressione subita questa sera al termine del suo discorso a Milano. Il Pd rifiuta e condanna ogni forma di violenza, anche politica, e resta fermamente ancorato ai valori delle libertà costituzionali". Lo dichiara Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea nazionale del Pd.



SCHIFANI


"Esprimo la mia solidarietà personale per questo vile gesto ritengo che sia giunto il momento che la politica si interroghi a 360 gradi. Occorre fare il punto sul linguaggio adoperato dalla politica in questi ultimi giorni, il clima di tensione che mette a rischio la pacifica convivenza del paese". È il commento del presidente del Senato, Renato Schifani, al Tg1, all’aggressione al premier Berlusconi a Milano.

"Berlusconi - ha proseguito Schifani - ha vinto le elezioni ha diritto di guidare il paese, può essere contestato ma quando si compiono gesti del genere è compito di tutte le forze politiche di maggioranza e opposizione di interrogarsi e di fermarsi nella logica di un confronto che deve basarsi sui progetti e sulle idee e non sulle accuse personali sull’attacco personale e addirittura minare l’incolumità fisica di un alta carica dello Stato. Dobbiamo riflettere attentamente e questo va fatto bene, presto e in fretta".



FINI

"Solidarietà doverosa e condanna di un gesto di violenza che non può e non deve in alcun modo nè minimizzato nè giustificato". Lo ha detto al Tg1 il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ha aggiunto: "il contrasto anche aspro non può legittimare o giustificare quanto avvenuto. È veramente un brutto giorno per l’Italia e c’è il dovere di tutte le forze politiche, e lo sottolineo perchè mi sembra ci sia stata qualche dichiarazione francamente inaccettabile, di fare fronte comune perchè l’Italia non riviva gli anni della violenza; chi ha 50 anni si ricorda quegli anni, che non devono tornare".


CARFAGNA

"La vile e ingiustificabile aggressione al Presidente del Consiglio è il frutto di un clima torbido e delle parole avvelenate sentite nelle scorse settimane, sfociate addirittura in una manifestazione ‘contra personam’, frequentata da poca gente, ma osannata da commentatori e presunti intellettuali". Lo afferm ail ministro per le pari opportunità Mara carfagna. "L’impressione - dichiara - è che l’opposizione, debolissima ed egemonizzata da quell’Antonio Di Pietro che ancora oggi non si vergogna di scherzare col fuoco e, di fatto, porta fuori il suo partito da quell’insieme di regole democratiche condivise fatte di confronto duro ma corretto, stia facendo come negli anni Settanta, quando il Pci, per non dovere affrontare la propria base, chiuse un occhio e cullò al suo interno quelli che sarebbero diventati terroristi assassini". "Auspico - conclude la Carfagna - che gli esponenti del Pd, specie quelli scesi in piazza al cosiddetto No Cav Day, chiedano scusa al presidente Berlusconi e ritornino sulla strada delle regole democratiche".


CICCHITTO

"Leggiamo la dichiarazione di Di Pietro su Berlusconi; essa conferma che egli è un autentico provocatore che sta scatenando una spirale di violenza nel Paese approfittando della debolezza politica dei suoi alleati. Vedremo se verrà confermata la linea di alcuni esponenti politici di fare con questo figuro addirittura un ridicolo Cln". Lo dice Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del PdL, che aggiunge: "Con Di Pietro al massimo si possono fare le brigate rosse e le brigate nere che hanno caratterizzato i momenti peggiori della vita politica italiana. In effetti se ci fosse un minimo di razionalità politica intorno a lui bisognerebbe fare un autentico cordone sanitario".


VATICANO

"È un fatto molto grave e preoccupante, che manifesta il rischio reale che dalla violenza delle parole si passi alla violenza nei fatti". Lo afferma il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi. "Ogni violenza - aggiunge - va fermamente condannata senza incertezze da tutte le parti politiche e dalle diverse componenti della società.
Al Presidente Berlusconi, così irresponsabilmente colpito, va la nostra doverosa solidarietà".
(quotidianonet.ilsole24ore)


mercoledì 9 dicembre 2009

Sulmona con la Kiev String's Orchestra e il saxofonista Gaetano di Bacco.

Il cartellone prevede molteplici appuntamenti musicali a partire dal 18 dicembre . Prima data a Sulmona con la Kiev String's Orchestra e il saxofonista Gaetano di Bacco.

Euroartists Management, realtà casertana in continua evoluzione.


Plausi e consensi per l’agenzia artistica casertana che continua ad affermarsi sul territorio nazionale ed internazionale.

L’agenzia artistica “Euroartists Management” nasce a Caserta nel 2001 grazie al M° Angelo Taddeo, il quale ha curato, tutti i dettagli delle attività sinora promosse dalla stessa, concernenti l’aspetto musicale oltre ad ogni singolo evento realizzato, ottenendo ottimi riscontri .L’agenzia Euroartists Management sin dalla nascita ad oggi,vanta innumerevoli collaborazioni con artisti di fama nazionale ed internazionale in tutte le discipline musicali. Con la lirica ha polarizzato l’attenzione con la realizzazioni di concerti che vedevano, quali esponenti di spicco del settore: Luciana Serra, Renato Bruson, Monteserrat Caballè, Katia Ricciarelli, Rajna Kabaiwaska e tanti altri. Inoltre, l’ agenzia artistica, prima citata, ha prodotto per varie istituzioni più di 1000 opere teatrali tra le quali : Traviata, Aida, Nabucco, Simon Boccanegra, Trovatore, Rigoletto, Otello, Norma, Tosca, Turandot, Manon Lescaut, Madama Butterfly, Suor Angelica, Bohemè, Le Villi, Edgar, Barbiere di Siviglia, Nozze di Figaro, Don Giovanni, Vedova Allegra, Cin Cin là, Pagliacci e la Cavalleria Rusticana.
Nella musica sinfonica, invece, ha collaborato con artisti quali : Francesco Manara, Simonide Braconi, Massimo Polidori, Salvatore Accardo, Roberto Fabbriciani, Alexandru Tomescu, Giuseppe Andaloro, e Bruno Canino. Non sono mancate le formazioni cameristiche che ha rappresentato in vari concerti come ad esempio : il Quartetto della Scala, i Solisti del Teatro S. Carlo, il Quintetto dei Berliner Philarmonic, I Cameristi di Praga, la Kiev String’s Orchestra, il Quartetto della Filarmonica di S. Pietroburgo, la Camerata di Zurigo, il Wien Quartet e i Solisti di Budapest.
“Euroartists Management” ha inoltre svolto concerti in tutta Italia rappresentando artisti in vari festival e concorsi nazionali ed internazionali. Non è certamente fermo il settore riguardante la musica pop leggera che ha visto, la propria orchestra, accompagnare artisti come Antonella Ruggiero, Tosca, Jenny B, Jetro Tull oltre a vantare collaborazioni durante lo svolgimento di spettacoli particolari che vedevano protagonisti : Milva, Angelo Branduardi, Nicola Piovani e altri.
A breve, l’agenzia, sarà impegnata in una serie di spettacoli che si svolgeranno sul territorio nazionale. Il calendario in programma prevede una prima data stabilita per il prossimo 18 dicembre con la Kiev String's Orchestra con il saxofonista Gaetano di Bacco presso il Teatro di Sulmona mentre, il 28 dicembre si terrà il concerto della Filarmonica di Dniepropetrovs'k , una propria produzione, con Bruno Canino a Vico Equense , Napoli. Il nuovo anno inizierà alle ore 16.00 con il Concerto della Filarmonica di Dniepropetrovsk presso il Teatro del Giglio di Lucca, diretto dal M. Elio Boncompagni. Il 4 gennaio, nuovamente la provincia di Napoli ospiterà gli artisti dell’Euroartists , precisamente a Vico Equense dove si svolgerà il concerto di Francesco Manara, primo violino del Teatro alla Scala di Milano, con la Kiev Strings Orchestra


Lucia Vagliviello

giovedì 3 dicembre 2009

A natale in bed and breakfast a Palermo

L'atmosfera natalizia è ormai entrata nel vivo e internet offre nuove possibilità di organizzare le proprie vacanze: settimana bianca o città di cultura, fa poca differenza, la rete mette a disposizione tutte le possibilità per una buona prenotazione. Il suggerimento per una vacanza piacevole, che interrompa i ritmi impossibili del lavoro viene dal Zyz, bed and breakfast di Palermo, una struttura accogliente e confortevole, situato in pieno centro storico.

La Cattedrale, infatti, celeberrimo monumento tra i più importanti dell'intera Sicilia, si trova a pochi metri di distanza dai locali, che spaziano da camere piccole a camere più grandi, ambienti di oltre 30 metri quadri, con terrazza affacciata sugli splendidi palazzi del centro.

L'offerta di Natale è presto svelata: se prenoti 3 notti, una è gratis. Un'occasione imperdibile considerando la comodità di poter pernottare in centro, in un locale tranquillo, immerso nei sapori e nella commistione di gusti e stili quasi mistica di Palermo, dove tutto è visitabile a piedi, in pratica. La promozione è valida fino al 31 gennaio 2010 ed è già attiva.

Per maggiori informazioni: B&b Palermo, ZYZ - tel. +39 3283159700

Ecco il sito del Circolo Sardo di Veicoli d'Epoca

Il Circolo Sardo auto e moto d'Epoca S.C.Q.. si rifà l'abito, grazie ai servizi della Harres Multimedia Srl di Cagliari. Il circolo, attivo fin dal 1981 non si occupa solo del recupero della memoria attraverso la cura e la conservazione di veicoli d'epoca, ma anche della loro certificazione e quindi in senso lato di uno sport che ha molto a che vedere col costume e la storia dell'automobilismo.

Animato dalla passione di tantissimi soci, il Circolo si presenta in rete dacendo convergere due interessi distinti: quello della passione per le corse e quello della cura per i veicoli di valore. Dal sito, infatti, è possibile documentarsi e interagire con la nuova sede inaugurata nel 2006, per conoscere i dettagli sulla certificazione e sugli eventi organizzati.

Il Circolo è responsabile dell'organizzazione, per esempio, della celebre corsa Cagliari-Sassari-Cagliari, rievocazione storica e tradizionale, che illustra meglio di qualunque altra cosa lo spiirito della Sardegna e gli anni ruggenti di un certo automobilismo avventuroso. Attivo anche in altre manifestazioni, mette a disposizone il proprio parco veicoli per celebrazioni pubbliche e private. Una splendida gallerie fotografica completa un insieme di pagine dal tipico sapore sardo, dominate da passione e ospitalità.

Per maggiori informazioni: Circolo Sardo Automoto d'Epoca SCQ
Auto d'Epoca Cagliari, Sardegna.