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lunedì 21 maggio 2012

Rimini, De Pisis e gli amici riminesi

Già il giorno dopo il “Gigin soave”, come lo chiamano la madre e la sorella Ernesta, è sulla spiaggia e scrive nel suo diario . De Pisis mantiene, dalla fanciullezza fino alla morte, la consuetudine di annotare quasi tutti i giorni pensieri, progetti e avvenimenti che grazie alla pazienza di Sandro Canotto, sono raccolti nel volume “Filippo De Pisis ogni giorno” edito da Neri Pozza di Vicenza nel 1996. Il pittore conosce la riviera romagnola, nel 1914, passa le vacanze estive a Riccione con la famiglia in escursione a Rimini nel periodo in cui si costruivano i primi hotel 4 stelle Rimini, San Marino e Gradara. Spesso è a Cesenatico a trovare Marino Moretti amico da sempre. La vacanza riminese del 1940 termina il 3 ottobre dopo avere annotato . Ritorna il 3 luglio dell’anno successivo e si stabilisce in una sorta di “camerine – studio2 al numero 40 di via Vertola. Questo soggiorno si rivela meno sereno del precedente per tanti eventi fra i quali anche l’ostilità che dimostrano i riminesi i quali giudicano eccentrici e scandalosi alcuni suoi comportamenti. Il 3 agosto annota: mentre il 9 settembre: <2 quadri falsi miei fatti da Manghi>. Giovanni Sesto Manghi (Rimini 1907 – Longiano 1990) conosce già De Pisis. Nel 1938 con lui si reca a trovare Moretti a Cesenatico e dopo di allora lo scrittore entrerà a far parte del fan club del pittore riminese tanto da scrivere la presentazione del catalogo della sua mostra personale “Anni trenta di attività” nella Sala delle Colonne di Rimini nell’aprile del 1962. Manghi è l'’allievo prediletto: bello, devoto e canaglia nel contempo. È un pittore già affermato, possiede una cultura artistica consolidata e un’esperienza scolastica a Bologna, Firenze e Roma che lo portano a una pittura di grande qualità ma spesso minata da una disomogenea dipendenza stilistica. De Pisis diventa per lui il maestro e il promotore della sua attività pittorica facendogli incontrare Francesco Arcangeli, Giuseppe Raimondi, Giovanni Commisso e tutti gli artisti e intellettuali che frequentano il suo atelier. Tutto questo lo porterà alla partecipazione alla XXII Biennale internazionale d’Arte di Venezia nel 1940 e alla mostra del Sindacato nazionale fascista a Milano nel 1941 assieme ai concittadini Elio Morri, Luigi Pasquini ed Edoardo Pazzini. Dal pittore ferrarese Menghi assorbe la scelta dei soggetti, i colori e le inquadrature, mentre la pennellata resta, entro certi limiti, più autonoma. Questa autonomia purtroppo risente spesso dell’istinto falsario che inconsciamente lo porta a volere migliorare l’originale attraverso una maggiore compiutezza formale. Nel tempo le sue opere acquisiranno una maggiore peculiarità stilistica personale anche se la lezione depisisiana sarà sempre rintracciabile in esse. Pier Giorgio Pasini riferendosi ai “passaggi riminesi” di Pippo scrive sul catalogo della mostra “NOVECENTO Riminese” come anche Demos Binini, contrariamente a Primo Amati, compagno di cavalletto, resti affascinato dallo stile e dalla tecnica del conte ferrarese con il quale dipinge per qualche tempo. Alcuni suoi quadri di quegli anni, infatti, si rifanno con una cera evidenza a lui e forse anche le “sedie” e le “giacche”, già inserite da De Pisis in alcuni interni alla fine degli anni Venti. Col progredire della sua carriera tuttavia le influenze si perdono per l’incontro con nuove figure di riferimento come Renato Guttuso, tanto importanti per la sua evoluzione artistica. Anche Elio Morri entra in contatto con De Pisis, più precisamente è De Pisis che entra in contatto con lui frequentando il suo studio in quel periodo. Quest’ultimo poso addirittura per n busto poi distrutto dai bombardamento del 1944 e mentre posa, disegna e dipinge. Morri, ottimo disegnatore a sua volta, oltre che scultore, molto probabilmente lo osserva e forse inconsapevolmente, ne assorbe lo stile. Prova ne è una “Natura morta di pesci” che Morri dipinge nel 1954 in un momento di baldoria che potrebbe passare per un ottimo De Pisis. Altri pittori locali, se si esclude Luigi Pasquini, assiduo frequentatore dello studio in via Bertola, il quale resta inossidabile nel suo limpido paesagismo , risentono in qualche maniera l’influenza dell’artista ferrarese. Il riservatissimo Gino Ravioli nel primo dopoguerra ravviva e modifica la sua pennellata rendendola più vivace e moderna dando maggiore spontaneità ai suoi dipinti, ed Edoardo Pazzini che, liberato dai lacci dello zio Norberto, nello stesso periodo, cambia tavolozza e tecnica e sostituisce il mare tanto caro a De Pisis con la verde vallata del Parecchia sullo sfondo delle sue nature morte.

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