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lunedì 11 marzo 2013


Si usa ancora l’elettroshock?

Sì, nei casi di depressione grave che non traggono benefici dalla psicanalisi prima e dagli psicofarmaci poi, e in cui sia necessario alleviare rapidamente i sintomi (per esempio, per alto rischio di suicidio).
Consiste nell’applicare correnti elettriche sulla scatola cranica, inducendo uno shock elettrico del tessuto cerebrale e viene eseguito in anestesia generale. Diversi studi hanno dimostrato l’efficacia dell’elettroshock, anche se non è ben chiaro il motivo (sembra comunque che influenzi i livelli di alcune molecole responsabili della trasmissione nervosa). Oltre ai rischi dell’anestesia, può causare alterazioni temporanee della memoria.

La vita di un neurone in diretta (e in HD)

Evoluzioni
Praticato già nel ’700, l’elettroshock è stato messo a punto a fine Anni ’30 da Ugo Cerletti e Lucio Bini. Ebbe un iniziale successo, ma poi questioni etiche ne determinarono l’abbandono (si faceva senza anestesia). Negli ultimi anni è stato rivalutato per lo sviluppo di metodi di stimolazione meno invasivi; in particolare, la stimolazione magnetica transcranica (che si fa applicando campi magnetici per attivare precise aree cerebrali) sta ottenendo buoni risultati per la depressione.
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